Vitamina D: quando serve davvero e quando integrarla non è necessario

È fondamentale per la salute delle ossa e per il metabolismo del calcio, ma questo non significa che tutti debbano assumere integratori di vitamina D. Le indicazioni più recenti distinguono chiaramente tra persone che possono beneficiare della supplementazione e adulti sani nei quali assumere dosi aggiuntive non ha dimostrato vantaggi sufficienti.

Perché abbiamo bisogno della vitamina D

La vitamina D svolge un ruolo essenziale nell’organismo, in particolare nel metabolismo del calcio e del fosforo e nel mantenimento della salute delle ossa.

Una sua carenza importante può compromettere la mineralizzazione ossea e determinare rachitismo nei bambini e osteomalacia negli adulti.

Una parte della vitamina D deriva dall’alimentazione, mentre l’organismo è in grado di produrla a livello cutaneo in seguito all’esposizione della pelle alla radiazione ultravioletta B.

Negli ultimi anni, tuttavia, l’interesse verso questa vitamina è cresciuto enormemente e l’assunzione di integratori è diventata molto diffusa, anche tra persone perfettamente sane.

Ed è proprio qui che nasce una domanda importante: serve davvero a tutti?

Più vitamina D non significa necessariamente più salute

Numerosi studi osservazionali hanno riscontrato associazioni tra bassi livelli di vitamina D e diverse condizioni, dalle malattie cardiovascolari a quelle metaboliche, autoimmuni, infettive e oncologiche.

Un’associazione, però, non dimostra automaticamente un rapporto di causa ed effetto.

Avere livelli più bassi di vitamina D può accompagnarsi a determinate condizioni di salute senza necessariamente significare che assumere un integratore sia in grado di prevenirle.

Per questo motivo negli ultimi anni grandi studi clinici hanno cercato di capire se aumentare l’assunzione di vitamina D nelle persone sane possa effettivamente prevenire diverse malattie.

Le conclusioni hanno ridimensionato l’idea della vitamina D come integratore da assumere indiscriminatamente.

Adulti sani sotto i 75 anni: l’integrazione extra generalmente non serve

Le linee guida pubblicate nel 2024 dall’Endocrine Society suggeriscono che gli adulti sani con meno di 75 anni non assumano abitualmente quantità di vitamina D superiori all’apporto nutrizionale raccomandato esclusivamente con l’obiettivo di prevenire malattie.

Questo non significa che la vitamina D non sia necessaria.

Significa piuttosto che una persona sana deve soddisfare il proprio fabbisogno, ma assumere dosi supplementari elevate senza una specifica indicazione non ha dimostrato un beneficio preventivo sufficiente.

Per gli adulti sani, quindi, l’approccio “più ne prendo, meglio è” non trova sostegno nelle attuali evidenze scientifiche.

E bisogna davvero misurarla a tutti?

Anche su questo punto le indicazioni sono cambiate.

L’Endocrine Society suggerisce di non effettuare di routine il dosaggio della 25-idrossivitamina D [25(OH)D] negli adulti sani che non presentano specifiche indicazioni cliniche.

In altre parole, lo screening indiscriminato della popolazione sana non è raccomandato.

La situazione cambia naturalmente quando esistono condizioni cliniche che possono rendere necessario valutare lo stato della vitamina D: in questi casi la decisione spetta al medico.

Quando la vitamina D può essere particolarmente importante

Esistono gruppi nei quali la supplementazione assume invece un significato differente.

Le linee guida dell’Endocrine Society indicano alcune popolazioni sane nelle quali un’integrazione empirica può offrire benefici.

Bambini e adolescenti

Tra 1 e 18 anni, la supplementazione può essere utilizzata per contribuire alla prevenzione del rachitismo nutrizionale e potrebbe ridurre il rischio di alcune infezioni respiratorie.

Persone con più di 75 anni

Negli adulti di 75 anni o più, le linee guida suggeriscono una supplementazione empirica di vitamina D per il potenziale beneficio sulla mortalità.

Quando l’integrazione è indicata negli adulti più anziani, viene generalmente preferita una somministrazione quotidiana a dosaggio più basso rispetto all’utilizzo intermittente di dosi molto elevate.

Gravidanza

Durante la gravidanza, la supplementazione viene suggerita per i potenziali benefici su alcuni esiti materni e fetali.

Anche in questo caso, tuttavia, ciò non significa che sia necessario sottoporre sistematicamente tutte le donne sane al dosaggio della vitamina D.

Prediabete ad alto rischio

Un’altra situazione considerata dalle linee guida riguarda gli adulti con prediabete ad alto rischio.

In associazione alle modifiche dello stile di vita, la supplementazione potrebbe contribuire a ridurre il rischio di progressione verso il diabete.

L’alimentazione, il controllo del peso e l’attività fisica rimangono comunque componenti fondamentali della prevenzione.

Carenza e prevenzione nelle persone sane non sono la stessa cosa

È fondamentale distinguere due situazioni molto diverse.

Una cosa è chiedersi se una persona sana debba assumere vitamina D per prevenire genericamente delle malattie.

Un’altra è trattare una persona che presenta una condizione clinica nella quale la valutazione o il trattamento della vitamina D sono indicati.

Le raccomandazioni contro la supplementazione indiscriminata non riguardano automaticamente persone con patologie o condizioni che possono alterare l’assorbimento o il metabolismo della vitamina D, né sostituiscono le indicazioni terapeutiche per condizioni come alcune malattie ossee o alterazioni del metabolismo del calcio.

In queste circostanze la valutazione deve essere individualizzata dal medico.

Anche troppa vitamina D può essere dannosa

La vitamina D è liposolubile e quantità eccessive assunte attraverso gli integratori possono provocare tossicità.

Un eccesso può determinare ipercalcemia, cioè un aumento eccessivo del calcio nel sangue, con possibili manifestazioni gastrointestinali, debolezza, sete eccessiva, aumento della minzione e, nei casi più importanti, complicanze renali e cardiache.

L’idea che un integratore sia automaticamente innocuo perché si tratta di una vitamina è quindi sbagliata.

Le dosi terapeutiche elevate dovrebbero essere utilizzate quando esiste una reale indicazione e secondo le indicazioni del professionista sanitario.

Vitamina D sì, ma con criterio

La vitamina D rimane indispensabile per la salute umana. Ciò che sta cambiando è il modo in cui la medicina interpreta la supplementazione nelle persone sane.

Le evidenze disponibili invitano ad abbandonare due estremi: considerare la vitamina D una soluzione universale capace di prevenire numerose malattie oppure, al contrario, ritenerla poco importante.

Il punto centrale è l’appropriatezza.

Garantire un apporto adeguato è necessario; assumere dosi aggiuntive senza una ragione specifica non significa necessariamente ottenere una maggiore protezione.

Quando esistono condizioni cliniche, fattori di rischio o dubbi sulla necessità di un’integrazione, la scelta del dosaggio e l’eventuale necessità di esami dovrebbero essere valutate individualmente con il medico.

Fonti

Endocrine Society – Vitamin D for the Prevention of Disease: Clinical Practice Guideline (2024). Linee guida cliniche sulla supplementazione e sul dosaggio della vitamina D nelle persone generalmente sane.
https://www.endocrine.org/clinical-practice-guidelines/vitamin-d-for-prevention-of-disease

Endocrine Society – Guideline recommends healthy adults under the age of 75 take the recommended daily allowance of vitamin D. Sintesi delle principali raccomandazioni delle linee guida 2024.
https://www.endocrine.org/news-and-advocacy/news-room/2024/endocrine-society-recommends-healthy-adults-take-the-recommended-daily-allowance-of-vitamin-d

National Institutes of Health – Office of Dietary Supplements: Vitamin D, Fact Sheet for Health Professionals. Approfondimento su funzioni, fabbisogni, fonti, carenza e possibili effetti dell’eccessiva assunzione di vitamina D.
https://ods.od.nih.gov/factsheets/VitaminD-HealthProfessional/